Il Metodo Feldenkrais
Da Tetraktýs, Semestrale di cultura
musicale,
Anno III n°4, settembre 1999, Livorno
Quando noi diventiamo consapevoli
di quello che facciamo veramente,
non di quello che diciamo o crediamo
di fare, allora si spalanca davanti a noi
la via del miglioramento.
(M.Feldenkrais)
Chi si dedica agli studi musicali o chi è già
nella professione come didatta o come esecutore, è
a contatto con un mondo che ha la possibilità di
coinvolgere tutte le parti del suo essere, in una direzione
di ricerca e di sviluppo; il suono, le sue cause, le sue
manifestazioni e le sue conseguenze, sembrano evocare un
rapporto dinamico e affettivo così ricco e vasto
che, giustamente, quasi tutti guardano ai musicisti come
a persone privilegiate. In questa visione è completamente
assente la parte che riguarda il lavoro, le pene e gli affanni
della ricerca che accompagnano, ad ogni livello, la vita
del musicista, così come quella di ogni altro essere
umano.
In questa ricerca il metodo Feldenkrais può avere
un posto importante.
Nella sua molteplice ed appassionata attività M.Feldenkrais
ha lavorato anche con musicisti quali Y.Menuhin, L.Bernstein,
D.Baremboin, I.Markevitch e con molti altri meno famosi,
ma che, in ogni modo, hanno tratto dalle sue indicazioni
suggerimenti e stimoli per lo sviluppo delle proprie qualità
umane e musicali.
Infatti, nel metodo Feldenkrais, l'attenzione è rivolta
principalmente alla persona che vuole imparare, alla sua
condizione globale, alla conoscenza delle sue difficoltà,
alle sue qualità, alle sue intenzioni e al modo in
cui può realizzarle, qualunque sia il suo punto di
partenza.
Nelle sue opere Feldenkrais sottolinea ripetutamente che
il nucleo del suo metodo è lo sviluppo della consapevolezza
e che l'apprendimento è una conseguenza dell'ampliamento
e dell'approfondimento di questa: consapevolezza di sé
in relazione a tutte le realtà alle quali si è
collegati.
Feldenkrais ha svolto la sua ricerca nel campo che sentiva
più accessibile per ogni essere umano, a qualsiasi
età e in qualsiasi condizione egli si trovasse: quello
del movimento.
Se riflettiamo un istante troviamo che ogni attività
richiede la partecipazione di un essere vivente in movimento
e che la qualità dei movimenti influisce direttamente
sull'attività compiuta e al tempo stesso fa parte
integrante di questa attività ed è specchio
dell'atteggiamento di chi la compie.
Facendo riferimento proprio all'attività del musicista,
proviamo a pensare alla quantità di movimenti necessari
per un'esecuzione strumentale o vocale, alla complessità
e velocità di questi movimenti: la loro qualità
ha un'influenza immediata sul suono. Pensiamo all'importanza
di eliminare i movimenti inutili, che possono ostacolare
la fluidità dell'esecuzione; pensiamo alla respirazione,
ai collegamenti tra la memoria e il movimento, all'uso del
movimento indipendente dell'anulare (inusuale nella vita
quotidiana); pensiamo a quello che il suono ci trasmette
e che é frutto dell'atteggiamento (non solo in senso
fisico) dell'esecutore, ecc.
Quindi, come in tutte le attività che richiedono
un alto livello di utilizzazione del sistema nervoso, nella
pratica musicale è assai utile rendere più
chiare le intenzioni artistico-espressive e più fluidi
i mezzi per realizzarle; in questo senso il metodo Feldenkrais
aiuta a sviluppare una consapevolezza così profonda
che permette di integrare naturalmente questi due aspetti.
L'apprendimento in campo musicale ha la grande fortuna di
svolgersi in modo individuale pressoché nella sua
totalità; il rapporto insegnante-allievo rappresenta
quindi un ambito privilegiato per lo sviluppo di qualità
diverse in ogni individuo e questo rapporto permette ad
entrambi una libertà, un'elasticità ed una
profondità maggiori che nell'apprendimento collettivo.
Anche in seguito la professione musicale può permettere
all'esecutore di sviluppare il suo lavoro in modo tale da
mantenere viva la relazione con le sue attitudini e ricerche
personali.
Naturalmente nella realtà esistono le situazioni
più varie, ma devo dire che per la mia esperienza
personale di musicista, allievo ed insegnante, per quella
di molti compagni di studio e di molti allievi, le condizioni
favorevoli d'apprendimento cui accennavo sopra, si sono
verificate solo in minima parte o in casi isolati.
Infatti la cultura dell'attenzione e del rispetto della
natura dell'individuo e del singolo allievo si sta sviluppando
solo da pochi anni (salvo qualche illuminato precursore
del passato), mentre l'atteggiamento prevalente dà
più importanza all'insegnante, alla "cosa"
da insegnare e ai così detti risultati, piuttosto
che al "come" insegnare in relazione a quello
che ognuno può apprendere.
Molto spesso, quindi, anche negli studi musicali si ripresentano
condizioni d'apprendimento che mirano a raggiungere un livello
standard che è presente nella mente dell'insegnante,
il quale, a sua volta, é condizionato dai famosi
"programmi" (non entro qui nel dettaglio della
necessità di una riforma che miri a sviluppare la
qualità piuttosto che l'accumulo di conoscenze superficiali);
in questi "standard" trovano posto non solo la
quantità del materiale studiato, ma anche caratteristiche
proprie di ogni persona, come la postura, le sfumature dell'emozione,
ecc. perciò si capisce quanto siano complesse le
relazioni messe in gioco nell'apprendimento musicale.
In poche parole vorrei ricordare che le condizioni in cui
si svolge rappresentano un fattore essenziale dell'apprendimento,
ancor più del materiale insegnato.
Al posto di una ripetizione meccanica e di un'imitazione
esteriore, entrambe più o meno inconsapevoli, Feldenkrais
propone di lavorare nelle condizioni adatte a quell'allievo
particolare, in quel momento, rispettandolo ed aiutandolo
ad aver fiducia nella scoperta di quello che é, per
potere poi, eventualmente, addentrarsi in territori nuovi
e sconosciuti.
E' questa una prospettiva forse più faticosa (ma
è solo questione d'atteggiamento) rispetto ad uno
studio standardizzato, ma quanto più umana!
Anche a rischio di diventare troppo tecnico vorrei fare
alcuni brevi esempi che sono solo dei piccoli momenti di
ogni storia personale, ma che toccano alcuni aspetti significativi
del metodo.
Veronica, una mia allieva di pianoforte, aveva rapidamente
le braccia stanche durante le esecuzioni e una delle cause
risiedeva nel fatto che il suo mignolo restava quasi sempre
in estensione, anche senza una necessità.
Nella tecnica pianistica esistono moltissimi esercizi per
sviluppare l'estensione, la flessione e l'indipendenza delle
dita, ma il mignolo di Veronica resisteva a qualunque ammaestramento:
ad un certo punto, come rispondendo ad una necessità
organica, ...tac! si sollevava e dopo un po', il braccio
era stanco; anzi, la situazione era peggiorata perché
oltre alla naturale tensione fisica, era subentrato un grande
dispendio di energia nel tentare di superare il problema
insieme alla frustrazione di non vedere alcun risultato.
Tutto ciò turbava la qualità del suono e la
fluidità dell'espressione musicale.
Dopo avere lavorato su aspetti più generali, come
la posizione seduta e la respirazione, per rendere più
confortevole la condizione globale, ci siamo avvicinati
al problema in altro modo, cercando di conoscerlo meglio,
anziché sopprimerlo: in breve, ho consigliato a Veronica
di tenere volontariamente il mignolo in estensione, per
un certo tempo, durante l'esecuzione ed anche in attività
diverse dal suonare, sentendo veramente la fatica, imparando
a coglierne le variazioni, senza sforzarsi eccessivamente,
ma allenandosi a sviluppare la sua attenzione su quello
che, fino ad allora, era un movimento coatto, scegliendo
quindi, in un certo senso, di fare consapevolmente qualcosa
di "sbagliato".
Tutto questo, naturalmente, con la leggerezza di un gioco,
cercando di allontanarla dalla tensione di volere risolvere
solo con una volontà mentale, il presunto problema.
E, piano piano, Veronica, avendo conosciuto meglio la sua
situazione e non essendo più occupata a combattere
contro se stessa, osservava che sempre più spesso
il suo mignolo restava quieto e pronto all'azione e anche
quando si estendeva, non provocava più la stanchezza
di prima.
Ovviamente la difficoltà del mignolo era collegata
anche ad altri fattori, come, per esempio, la posizione
del polso, ma quello che m'interessa in questo esempio è
mostrare come l'apprendimento, a volte, avvenga in modo
paradossale e che la difficoltà può essere
uno stimolo per uno sviluppo della consapevolezza e per
un conseguente cambiamento di atteggiamento.
Ivana é una clarinettista che ha partecipato al
seminario della Civica Scuola di Musica di Milano (dal 1995
questa scuola organizza un corso di metodo Feldenkrais ed
è la prima istituzione musicale pubblica in Italia
ad averlo inserito nelle sue iniziative didattiche).
Nel corso delle lezioni collettive aveva lavorato sulla
sensazione ed il contatto delle dita con lo strumento, approfondendo
la sua ricerca in relazione alla posizione delle braccia
e della schiena. Il conseguente miglioramento della qualità
del suono (che poi è ciò che maggiormente
interessa al musicista) la stimolava a cercare in questa
direzione; le sembrava, infatti, che il suo suono, molte
volte, avesse un'espansione limitata e che si fermasse poco
dopo il leggio. Durante la lezione individuale avevo notato
che il suo movimento degli occhi era molto limitato, vuoi
perché suonando con lo spartito lo sguardo restava
molto concentrato sulla scrittura, vuoi perché suonando
a memoria l'abitudine la portava a seguire un po' rigidamente
i movimenti dello strumento e delle mani.
Abbiamo cercato allora di lavorare sulla differenziazione
del movimento degli occhi da quello della testa, da quello
della linea melodica dello strumento, lasciando che lo sguardo
potesse essere più flessibile e collegato in modo
meno meccanico agli altri movimenti.
I cambiamenti della qualità del suono, della sua
ampiezza, della sua direzione, si leggevano sul volto meravigliato
di Ivana, che mai prima d'ora aveva sperimentato questa
relazione ed erano motivo di soddisfazione e di stimolo
nella sua ricerca.
Che cosa stava succedendo?
Non posso rispondere completamente, ma in questo esempio
voglio solo sottolineare l'importanza della differenziazione
dei movimenti per poterne diventare più consapevoli
ed utilizzare la loro successiva reintegrazione ad un livello
più alto e con una maggiore disponibilità
nel seguire le intenzioni artistico-espressive.
Uno degli aspetti più delicati nel lavoro del musicista
riguarda l'esecuzione in pubblico. Federico, oboista, si
era messo in contatto con me prima di un importante concorso
per entrare in orchestra. In una prova come questa ci si
trova confrontati con un'esperienza-limite, perché
sembra di giocarsi tutto in pochi minuti e la tensione emotiva
può diventare un ostacolo alla manifestazione delle
proprie intenzioni musicali.
Conoscendole a mia volta, ho condiviso pienamente queste
paure con Federico; tralascio molti aspetti sui quali abbiamo
lavorato, ma voglio sottolineare il punto che per lui è
stato più importante: ritrovare una sensazione globale
di se stesso collegata alla forza di gravità; questo
contatto forte con se stesso, la relazione tra peso, scheletro
e terreno, erano la base sicura, qualcosa che poteva ritrovare
in ogni momento e da cui lasciare emanare la sua manifestazione
musicale.
Mi fermo qui con gli esempi e vorrei concludere con una
brevissima sintesi degli aspetti in cui può essere
utile il metodo Feldenkrais:
- organizzare in modo più globale e raffinato i movimenti
ed ottenere l'esecuzione desiderata
- alleviare i danni causati dal mantenimento di posture
rigide durante lo studio dello strumento
- individuare la distribuzione delle forze, gli eccessi
e le debolezze
- armonizzare l'attività del pensiero e quella motoria
- ampliare e variare le modalità dello studio, stimolando
l'iniziativa individuale
- sviluppare la sensibilità
- migliorare la respirazione
- imparare a riposarsi durante e dopo lo studio
- affrontare in modo differente i problemi legati all'esecuzione,
quali paure, tensioni, ecc.
Nella pratica musicale, così ricca d'indicazioni,
programmi e tecniche, manca spesso quella che è,
a mio avviso, l'istruzione principale: la ricerca di un
contatto con se stessi come strumento attraverso cui la
musica possa manifestarsi.
Posso dire, dalla mia esperienza, che il metodo Feldenkrais
può aiutare in questa direzione.
Claudio Gevi